Archivi tag: Psicologia del Public Speaking

Il discorso di Joe Biden alla convention democratica: analisi del linguaggio verbale e non verbale

Poche ore fa si è concluso il discorso del candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti d’America Joe Biden, durante la convention del partito democratico a Milwaukee.

Il linguaggio verbale: le parole che ha usato Biden

Cominciamo dall’analisi del linguaggio verbale, dalle parole che ha usato: quello di Joe Biden è stato un discorso che potremmo definire come “sulle montagne russe”, un continuo alternarsi di immagini negative e poi positive.

Ha alternato le parole “darkness” (oscurità), la formula “no miracle is coming” (non sta arrivando nessun miracolo),“I’m not looking to punish anyone” (non sto cercando di punire nessuno), a delle immagini positive “decency” (decenza), “compassion” (compassione), “I’ll protect America” (proteggerò l’america), “find the light once more” (trovare ancora una volta la luce). Continua a leggere →

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Perché Mario Draghi piace alle persone: il meccanismo psicologico dell’idealizzazione

Perché Mario Draghi, ex governatore della BCE, la Banca Centrale Europea, piace tanto alle persone? Semplice: perché non lo conosciamo, né sappiamo cosa pensa di molti temi. E non si tratta di curriculum o di ciò che ha fatto nella sua carriera, ma del fatto che parla troppo poco perché possa non piacerci.

Se un personaggio pubblico parla poco, non rilascia (o quasi) interviste, e allo stesso tempo usa modalità che per noi sono rassicuranti, aumenta, anche non volendolo, le sue probabilità di consenso.

E questo per un meccanismo che in psicologia va sotto il nome di “idealizzazione”: in assenza di indicatori sufficienti, e in presenza di una nostra buona disposizione di fondo, proiettiamo sull’altro ciò che vorremmo rappresentasse per noi.

Talvolta ci succede la stessa cosa in amore, quando conosciamo ancora poco un partner, e non ci innamoriamo di ciò che il partner “è”, ma di come lo sogniamo, di come lo immaginiamo essere.

In politica può accadere la stessa cosa: ci piace un personaggio perché di base ci risuonano certe sue caratteristiche, ma sappiamo poco di lui. È a quel punto che ci proiettiamo molto di noi.

Ed è anche per questo che i politici spesso ci piacciono molto appena vanno al governo (“sembra proprio una brava persona”), per poi non piacerci più già pochi mesi dopo (“quello lì mi ha proprio deluso”).

Si tratta di un tema molto vasto, ma questo accenno credo possa aiutarci a diventare più consapevoli di come funziona, talvolta, la dinamica del consenso.

© Patrick Facciolo – Tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione.

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La comunicazione di Michelle Obama: linguaggio statico e di processo

 “Ho a che fare con una lieve forma di depressione”: queste le parole che Michelle Obama ha usato poche ore fa nel suo podcast, disponibile su Spotify.

Non ha detto “I’m depressed” (“sono depressa”) ma “I’m dealing with some form of low-grade depression”, ovvero: “ho a che fare con” una lieve forma di depressione, appunto.

Sembra una sfumatura, ma fa molta differenza: se Michelle Obama avesse detto “sono depressa”, il suo linguaggio avrebbe suggerito immediatamente un’identificazione con quell’esperienza.

Dicendo invece “ho a che fare con” la depressione, ha dato una descrizione specifica di quello che le sta accadendo, non di quello che lei “è”.

La psicologia ci insegna la distinzione tra il linguaggio statico (che fa ampio uso del verbo essere), e il linguaggio di processo (che descrive ciò che ci accade in maniera fluida, più dinamica).

L’esempio di Michelle Obama sensibilizza il pubblico su un tema molto delicato: sì, anche lei ha a che fare con la depressione, e sì, per descriverlo non serve usare per forza il verbo essere.

Insegna così alle persone che esistono modi diversi per descrivere i propri stati interni, senza necessariamente dover “diventare” quello che proviamo.

Una grande lezione di comunicazione, che passa attraverso una piccola sfumatura di linguaggio.

© Patrick Facciolo – Tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione.

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Come i pensieri condizionano i nostri discorsi in pubblico

Quando parliamo in pubblico siamo già convinti di sapere quello che gli ascoltatori pensano di noi.

È questo l’ostacolo che spesso individuo tra le persone che vengono a seguire un corso di Public Speaking con me. Continua a leggere →

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Come affrontare l’imbarazzo della webcam: 3 spunti di consapevolezza

“Affrontare l’imbarazzo”, senza scacciarlo

Come affrontare l’imbarazzo della webcam: se un po’ mi conoscete sapete che in questi casi non amo il verbo “scacciare”, “risolvere” o “allontanare”. Questo perché se l’imbarazzo c’è, è qualcosa che evidentemente aveva ragione di emergere in un dato momento, e non sempre dobbiamo spazzare via tutto così di fretta, ammesso che poi si possa davvero farlo poi con tutta questa semplicità.

Cominciamo col raccontare che non è la webcam a crearci imbarazzo, ma che siamo noi a provare imbarazzo rispetto alla webcam: questa è una sfumatura da sottolineare molte volte in cui parliamo di stress. In generale, possiamo dire che la webcam è uno stressor neutro, cioè non è la webcam di per sé che ci stressa, ma siamo noi a valutare questa esperienza come eccedente le nostre risorse.

Questo è un tema molto importante, perché se capiamo che non è la webcam in sé il problema, ma il fatto che è la richiesta dell’ambiente a eccedere le nostre risorse attuali, sappiamo che possiamo lavorare su quest’area per migliorare il nostro rapporto con questa esperienza. Continua a leggere →

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