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Non chiamatemi “esperto”


Di tutte le definizioni che mi danno, quella di “esperto” è quella che amo di meno.

Perché pensiamoci bene: chiunque può definirsi esperto in un determinato settore. E questo a prescindere dalla propria formazione e dal proprio percorso professionale.
 Se ci facciamo caso, sui social siamo circondati da “esperti”. Quante volte leggiamo biografie che contengono la formula “esperto in” qualcosa?

Già, ma chi attribuisce queste “patenti” ai professionisti, in modo uniforme e univoco per tutti?

Su questo tema, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, già nel 2007 segnalava che a noi iscritti “non è consentito utilizzare il termine “esperto”, in quanto fuorviante per la trasparenza del messaggio”.

E credo sia sacrosanto: le nostre competenze vanno documentate con gli studi, le qualifiche e le esperienze professionali, che rappresentano parametri misurabili.

Sarà l’utenza a stabilire se mi ritiene esperto o meno in quella materia. Ma non posso essere io a scriverlo, perché non è documentabile in modo univoco e uniforme.

Questo è il motivo per cui mi schermisco quando nelle interviste mi definiscono così.

Di solito sorrido, ringrazio, e ripeto a me stesso: “Esperti saranno gli altri. Io faccio semplicemente il mio lavoro”.

© Patrick Facciolo – Tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione.

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Non è vero che il cervello non capisce le negazioni

Non è vero che il cervello non capisce le negazioni: voglio cominciare proprio con due “non”, con due negazioni, perché è importante chiarire questo tema di cui si parla molto spesso in comunicazione.

Credo sia importante che me ne occupi, e che vi racconti le conclusioni raggiunte dalle ricerche sperimentali e dalla psicologia in questi anni. E le ricerche sperimentali e la psicologia credo debbano essere i nostri fari quando vogliamo parlare con cognizione di causa di questi argomenti. Continua a leggere →

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Come parlare in pubblico: proteggere le nostre emozioni

Spesso quando iniziamo un discorso in pubblico diciamo frasi del tipo: “Scusate l’emozione”, “Oggi sono emozionantissimo”, “Perdonatemi ma mi sento molto emozionato”.

Detto che si tratta di una scelta totalmente legittima, in questa puntata mi chiedo se esprimere questo tipo di stato interno risponda veramente alla nostra intenzione di condividere quello che sentiamo, o se talvolta finisca per diventare un diversivo per prendere del tempo, alla ricerca della frase successiva.

In quest’ultimo caso, la domanda che possiamo farci è: siamo sicuri che stiamo proteggendo adeguatamente quello che proviamo? Quando diciamo in pubblico “sono emozionato”, stiamo esprimendo un’emozione a chi ci ascolta, un nostro particolare sentire, e non è detto che tutte le persone all’ascolto riescano a fare di questa informazione l’uso che noi auspicheremmo (“vorrei che tu mi capissi”, “vorrei che tu capissi cosa si prova da questa parte”, ecc.)

In questa puntata rifletto con voi sull’importanza di avere maggior consapevolezza delle emozioni che proviamo e che scegliamo di comunicare, dei destinatari a cui ci rivolgiamo, e per ultimo dei rischi a cui ci mettiamo di fronte quando esprimiamo i nostri stati interni a prescindere, senza considerare adeguatamente il contesto.

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La paura di arrossire quando parliamo in pubblico

Perché diventiamo rossi in viso?

Perché quando parliamo in pubblico certe volte diventiamo rossi? Davvero chi ci guarda se ne accorge sempre? E anche se fosse: siamo certi che arrossire venga considerato un aspetto negativo?

Lo dice già la parola stessa: il Sistema Nervoso Autonomo (SNA), che coordina molti meccanismi involontari del nostro corpo, svolge le sue attività in autonomia rispetto alle nostre intenzioni.

Il meccanismo, semplificando molto, funziona così: nel corpo viene rilasciato l’ormone dell’adrenalina, che provoca l’accelerazione del battito cardiaco e la dilatazione dei vasi sanguigni – ricordiamo che il nostro viso ha moltissimi capillari – aumenta il flusso di sangue nel viso, e aumentando il flusso di sangue compare l’arrossamento (e talvolta può aumentare anche la sensazione di calore che proviamo in quell’area).

Se divento rosso, le persone si accorgeranno del mio imbarazzo?

Vorrei soffermarmi proprio su questo, e fare una riflessione di tipo psicologico: cioè sulla differenza tra ciò che percepiamo e ciò che percepiscono le persone che ci osservano.

Già diversi mesi fa avevo fatto un video sul cosiddetto effetto spotlight. In psicologia sociale si parla di effetto spotlight quando siamo di fronte alla nostra tendenza a sopravvalutare l’attenzione che danno gli altri a nostri particolari comportamenti o caratteristiche, ed è una tendenza che è stata dimostrata attraverso diversi studi.

Sullo stesso solco si pone un altro studio, che è quello sull’illusione di trasparenza, a cui ho dedicato un secondo video. Si tratta della tendenza a considerare trasparenti agli altri le nostre emozioni. Talvolta tendiamo a sopravvalutare la capacità degli altri di capire le nostre emozioni, semplicemente guardandoci.

La sintesi direi che è interessante anche sul tema del rossore in viso: il fatto che io sia consapevole che talvolta arrossisco in pubblico, e il fatto che avverta una sensazione di calore, non significa necessariamente che gli altri lo stiano avvertendo, né che ne scaturisca per forza un giudizio negativo, o comunque un giudizio.

Esiste uno studio olandese di alcuni anni fa che dimostra come le persone in alcuni contesti provino più simpatia e fiducia per chi arrossisce, rispetto a chi non lo fa. Pertanto direi che la reazione del pubblico a questo fenomeno non è per niente scontata, e non possiamo prevederla a priori.

Il fatto di arrossire può compromettere, da solo, una presentazione in pubblico?

Ricordiamoci sempre che un discorso in pubblico è fatto dall’insieme delle circostanze che si verificano, quindi non soltanto dal cosiddetto linguaggio non verbale, ma anche da quello che stiamo dicendo, dalle parole che stiamo usando, da come moduliamo la voce e da come ci relazioniamo con il pubblico. Non è affatto scontato che quell’unico aspetto su cui certe volte concentriamo l’attenzione (in questo caso il fatto di diventare rossi) diventi per forza un indicatore significativo per il nostro pubblico.

Un approccio mindful su questo tema

C’è poi un altro aspetto su cui vorrei portare la vostra attenzione, ed è un tema di cui ho parlato molto anche nel mio libro del 2019 “Parlare in pubblico con la mindfulness. Gestire meglio lo stress da palco con la meditazione e le risorse del linguaggio”, che è disponibile su Amazon.

Il tema riguarda proprio le situazioni in cui ci opponiamo alle sensazioni che proviamo, cioè quando vorremmo modificare qualcosa che avviene spontaneamente nel nostro corpo, semplicemente con la nostra forza di volontà. Ora, quando affrontiamo delle situazioni di stress (ma più in generale quando parliamo di mindfulness, di consapevolezza), cerchiamo di riconoscere in questo tre elementi importanti, che sono i pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche.

Possiamo renderci conto facilmente che non è semplicemente dicendo a noi stessi “non provare questa emozione”, “non provare questa sensazione”, “non pensare a questa cosa”, che automaticamente risolviamo la questione.

Anzi, per assurdo, forzarci a non provare qualcosa può generare in noi una riduzione del nostro senso di autoefficacia percepito, poiché ci accorgiamo che anche se vogliamo scacciare quel particolare pensiero che non ci piace, o quella sensazione fisica, questa cosa non avviene secondo la nostra volontà. Ed è a quel punto che rischiamo di accentuare un po’ di più lo stress che proviamo.

Tre aspetti su cui riflettere

Nel video di oggi vi voglio lasciare tre messaggi:

1. Arrossire è un processo indipendente dalla nostra volontà, attivato dal Sistema Nervoso Autonomo.

2. In quanto processo autonomo, il rossore non può essere scacciato intenzionalmente, ma possiamo imparare a relazionarci meglio con questa esperienza.

3. Non è affatto detto che il pubblico si accorga del nostro rossore, e non è detto che – anche accorgendosene – si faccia un’opinione negativa di noi e del nostro discorso.

Imparare a riconoscere questi processi penso sia la base di un percorso di consapevolezza che riguarda i temi del Public Speaking a livello professionale, e credo ci possa dare una mano ad affrontare le nostre presentazioni con un po’ più di serenità.

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Come il linguaggio condiziona la nostra realtà

Quanto le parole che usiamo per descrivere il mondo condizionano la nostra rappresentazione della realtà? Ne ho parlato nel mio libro del 2019 “Parlare in pubblico con la mindfulness“, e voglio tornare a parlartene in questo post.

“Che brutta giornata”: un esempio di linguaggio statico

All’interno del libro faccio un esempio: se io dico “che brutta giornata”, sto attribuendo all’esterno una causa che in realtà riguarda me: sono io che per una serie di circostanze percepisco legittimamente quella giornata come brutta, ma non è la giornata in sé a esserla.

Se ad esempio fuori da casa nostra piovesse, e noi potessimo chiedere la stessa cosa a un albero, che attraverso la pioggia si può nutrire, probabilmente non penserebbe affatto che quella giornata sia brutta. Alla stessa maniera, se io dico “che brutto tempo” sto semplicemente precisando che il fatto di essere di fronte a “una brutta giornata” si riferisce all’aspetto metereologico. Ma ancora una volta, questa descrizione della realtà esprime un giudizio che non è nelle cose, ma riguarda noi.

“Piove, e non mi piace”: un esempio di linguaggio di processo

Se però in definitiva io dicessi: “piove, e non mi piace”, sarei finalmente arrivato a una descrizione che potremmo definire “di processo”. Quello che posso notare oggettivamente è che “fuori dalla mia casa piove, e questo non mi piace”. Ed è molto diverso riuscire a riconoscere questa sfumatura, rispetto all’idea che si tratti di una “brutta giornata” in sé.

Ne parlo in questo estratto dal mio ultimo intervento al Festival dell’Oriente di Padova, proponendo la distinzione psicologica tra linguaggio statico e linguaggio di processo, di cui mi sono occupato ampiamente nel mio libro del 2019 “Parlare in pubblico con la mindfulness”.

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