Psicologia: quando parliamo in pubblico le nostre emozioni sono accessibili agli altri?

In psicologia si definisce “illusione di trasparenza” il fenomeno per cui sopravvalutiamo la capacità del prossimo di riconoscere con facilità le emozioni che proviamo.

Un famoso studio (Savickij & Gilovich, 2003), realizzato proprio in un contesto di Public Speaking, ha dimostrato che gli stati interni dei relatori non sempre vengono riconosciuti con facilità dal pubblico che li ascolta.

Si tratta di una conclusione importante che può farci prendere consapevolezza di un fatto molto significativo: i nostri stati interni non sono necessariamente “trasparenti”, non è detto cioè che siano accessibili agli spettatori quando ci troviamo nella situazione di parlare in pubblico.

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L’importanza di portare a termine le nostre azioni sul palco

Quando parliamo in pubblico ci sono situazioni in cui, legittimamente, abbiamo dei dubbi sulle azioni da compiere sul palco. In questi casi, come dico spesso, non ci sono regole valide universalmente, ma credo sia importante un principio: se scegliamo di compiere un’azione, cerchiamo di portarla a termine, evitando così di distrarre il pubblico che ci sta guardando.

Per questo motivo, quando abbiamo concluso il nostro discorso sul palco, e prende la parola qualcun altro al posto nostro, è importante prendere una decisione: se ci sediamo, sediamoci, se stiamo in piedi, restiamo in piedi. Ma possibilmente evitiamo di fare entrambe le cose, perché potremmo spostare l’attenzione nuovamente su di noi, mentre stava già parlando qualcun altro.

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“Alla mia macchina gli voglio bene”: perché l’errore (voluto) di Ermal Meta fa bene a chi parla in pubblico

Nella canzone “Io mi innamoro ancora”, Ermal Meta scrive: “Alla mia macchina gli voglio bene”, sostituendo in più casi il pronome femminile con quello maschile. Si tratta di un caso di licenza poetica, ma allo stesso tempo di un’occasione per riflettere sulla creatività in comunicazione, e sul senso di libertà che deriva dal commettere volutamente piccoli errori. Senso di libertà che può finire anche per rendere più confortevole la nostra comunicazione in pubblico.

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Perché la campagna “Basta Netflix” può migliorare la nostra comunicazione

Recentemente Netflix ha promosso una campagna pubblicitaria intitolata “Basta Netflix”, riempiendo le città di manifesti con questo slogan. Ciascuno ha potuto attribuire significati diversi a queste due parole, chi interpretandole come un monito a smettere di guardare la piattaforma, chi come un’affermazione sul fatto che guardare Netflix è sufficiente per essere soddisfatti.

Questa distinzione ci può aiutare a riflettere anche sul Public Speaking, quando osserviamo i discorsi dei comunicatori più famosi: ancora una volta si tratta di distinguere tra osservazione e interpretazione, e di sviluppare la capacità di “guardare” alle performance di Public Speaking di relatori celebri in maniera più consapevole, neutra e distaccata, cercando di distinguere tra quello che stiamo semplicemente vedendo (il “significante”, per dirla con i termini della semiotica, la scienza che studia i segni) dalla nostra effettiva interpretazione (il “significato”, per restare nella metafora), che può variare da persona a persona.

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Linguaggio non verbale: le braccia conserte sono davvero un gesto di chiusura?

Possiamo davvero conoscere con certezza qual è il significato del gesto di chiudere le braccia da parte di un relatore che sta facendo Public Speaking? Come facciamo ad affermare con certezza che si tratta di un gesto di chiusura nei confronti del pubblico?

Nonostante lo psicologo Albert Mehrabian abbia smentito da tempo le interpretazioni errate che sono state date alle sue ricerche sull’importanza della comunicazione non verbale, ancora oggi il tema del non verbale resta uno dei luoghi comuni più diffusi quando si parla di comunicazione in pubblico.

E a farne le spese, ancora una volta, è il nostro senso di libertà sul palco.

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