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Come i pensieri condizionano i nostri discorsi in pubblico

Quando parliamo in pubblico siamo già convinti di sapere quello che gli ascoltatori pensano di noi.

È questo l’ostacolo che spesso individuo tra le persone che vengono a seguire un corso di Public Speaking con me. Continua a leggere →

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Da che parte dell’inquadratura deve stare l’intervistatore nelle video interviste?

Da che parte dell’inquadratura dobbiamo stare quando intervistiamo qualcuno sul web, all’interno di un webinar oppure all’interno di un video da pubblicare sui social o su YouTube?

A sinistra, seguendo il senso di lettura, che va appunto da sinistra verso destra.

L’intervistatore sarà il primo a parlare, per questo la collocazione a sinistra dello schermo favorirà il senso di lettura: comincia l’intervistatore, e lo sguardo del mio ascoltatore si poserà naturalmente a sinistra. Poi parlerà l’intervistato, e lo sguardo si sposterà naturalmente a destra.

La risposta a domande come questa segue un criterio di senso: ciò che favorisce una fruizione più lineare e coerente da parte del nostro pubblico, è ciò che dovremmo mettere in pratica per rendere più efficace la nostra comunicazione.

Ricapitolando: in linea generale, il conduttore dell’intervista sta nella finestra a sinistra dello schermo. A destra sta l’intervistato, come ci insegna spesso anche l’esperienza televisiva.

© Patrick Facciolo – Tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione.

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Se c’è una sola persona ad ascoltarmi, sto facendo Public Speaking?

Se durante un meeting c’è una sola persona ad ascoltarmi, sto facendo Public Speaking? Dipende dal ruolo del mio interlocutore, e dal luogo in cui ci troviamo (ad esempio l’ufficio).

Come ci ha insegnato il sociologo Erving Goffman, la vita è fatta di situazioni di “ribalta” e di “retroscena”, e ciascuno di noi mette in scena dei ruoli in base alle circostanze.

Se viviamo quell’incontro a due come un’occasione di “ribalta”, in cui mettiamo in scena una qualche forma di rappresentazione, bene, allora anche quel singolo interlocutore potrà diventare il mio pubblico, e starò facendo Public Speaking.

Se al contrario il contesto sarà di “retroscena”, ovvero metterò in atto col mio interlocutore comportamenti più confidenziali, di équipe, potrebbe non esserci, in senso stretto, Public Speaking.

Questo, per il semplice fatto che non starò considerando il mio interlocutore come “pubblico”, ma starò cooperando con lui per creare una successiva rappresentazione (è il caso in cui lavoriamo con un collega a un progetto da presentare, questa volta sì, a un pubblico specifico).

Sintetizzando, possiamo dire che a determinare la natura del Public Speaking non è tanto il numero di persone che ho davanti, ma il ruolo specifico che assumerà l’interlocutore rispetto a me.

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Non chiamatemi “esperto”


Di tutte le definizioni che mi danno, quella di “esperto” è quella che amo di meno.

Perché pensiamoci bene: chiunque può definirsi esperto in un determinato settore. E questo a prescindere dalla propria formazione e dal proprio percorso professionale.
 Se ci facciamo caso, sui social siamo circondati da “esperti”. Quante volte leggiamo biografie che contengono la formula “esperto in” qualcosa?

Già, ma chi attribuisce queste “patenti” ai professionisti, in modo uniforme e univoco per tutti?

Su questo tema, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, già nel 2007 segnalava che a noi iscritti “non è consentito utilizzare il termine “esperto”, in quanto fuorviante per la trasparenza del messaggio”.

E credo sia sacrosanto: le nostre competenze vanno documentate con gli studi, le qualifiche e le esperienze professionali, che rappresentano parametri misurabili.

Sarà l’utenza a stabilire se mi ritiene esperto o meno in quella materia. Ma non posso essere io a scriverlo, perché non è documentabile in modo univoco e uniforme.

Questo è il motivo per cui mi schermisco quando nelle interviste mi definiscono così.

Di solito sorrido, ringrazio, e ripeto a me stesso: “Esperti saranno gli altri. Io faccio semplicemente il mio lavoro”.

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L’emozione può farci dimenticare l’inno nazionale?


Si possono dimenticare le parole dell’inno nazionale per l’emozione? La scienza ci dice di sì.

Potrebbe essere accaduto l’altra sera al cantante Sergio Sylvestre, durante la sua esibizione prima della finale di Coppa Italia, in diretta su Rai Uno.

Se gliele chiedessimo adesso le parole dell’inno, probabilmente le ricorderebbe: possiamo ricordarci le parole di un testo fino a prima di una performance, ma potremmo non riuscire a ricordarle nel momento in cui ci servono.

In momenti di forte stress vengono rilasciate nel cervello importanti quantità di cortisolo, un ormone il cui eccesso condiziona significativamente la capacità dell’ippocampo di richiamare i ricordi (“Glucocorticoids Decrease Hippocampal and Prefrontal Activation during Declarative Memory Retrieval in Young Men”, 2005).

Questo il motivo per cui a diverse persone capita di prepararsi a memoria un discorso da fare in pubblico, per poi non riuscire a ricordarlo durante la presentazione.

È anche il motivo per cui in situazioni emotivamente attivanti molti cantanti ricorrono ai “prompter”, dispositivi che proiettano il testo della canzone su un grande schermo, in modo da poterlo leggere mentre eseguono il brano.
Non perché non lo sappiano a memoria, ma perché lo stress, quando ci si mette, può fare brutti scherzi.

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