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Scarica gratis la guida “Come gestire le riunioni online”

Lo scorso 27 marzo ho pubblicato sulle mie piattaforme una puntata audio del mio podcast dedicata a come gestire web meeting, webinar e conferenze a distanza. Ho ricevuto molti apprezzamenti, e per questo ho deciso di creare un PDF con la trascrizione integrale della puntata, che potete scaricare gratuitamente qui sotto.

L’ho integrata con alcune immagini di esempio e grafiche dedicate: ne sono uscite 20 pagine fitte fitte, con casi ed esempi pratici.

In questo PDF gratuito trovi 20 pagine di regole e consigli per condurre una riunione online, gestire meglio i tempi, l’interazione con il pubblico, il linguaggio verbale e non verbale, gli sfondi dietro di te e le inquadrature.

Premi sulla copertina per scaricare gratis la guida in formato PDF e… Buona lettura!


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Come gestire le riunioni online: regole e consigli per fare web meeting, webinar e conferenze a distanza

Diversi professionisti e aziende in questi giorni mi stanno chiedendo di realizzare per loro lezioni online e corsi online che li aiutino a gestire meglio meeting, webinar e conferenze a distanza.

In questo momento storico (e probabilmente nel prossimo futuro) l’arte di parlare in pubblico dovrà essere declinata ai contesti di comunicazione online, e per molti è importante apprendere le competenze necessarie per intervenire all’interno di meeting online e di webinar, che talvolta rappresentano delle vere e proprie conferenze online.

In questa guida riassuntiva cercherò di darvi alcuni spunti su come condurre una riunione online, come gestire i tempi, l’interazione con il pubblico, gli sfondi dietro di noi e le inquadrature, sia che si tratti di meeting online rivolti a collaboratori interni alla propria azienda, sia che si tratti di live webinar destinati ai clienti o alla formazione delle forze vendita. Continua a leggere →

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Non è vero che il cervello non capisce le negazioni

Non è vero che il cervello non capisce le negazioni: voglio cominciare proprio con due “non”, con due negazioni, perché è importante chiarire questo tema di cui si parla molto spesso in comunicazione.

Credo sia importante che me ne occupi, e che vi racconti le conclusioni raggiunte dalle ricerche sperimentali e dalla psicologia in questi anni. E le ricerche sperimentali e la psicologia credo debbano essere i nostri fari quando vogliamo parlare con cognizione di causa di questi argomenti.

Vi ho parlato un sacco di volte del libro di George LakoffNon pensare all’elefante”, e del fatto che inevitabilmente, quando sentiamo questo titolo, pensiamo a un elefante. Vi ho parlato della frase del giornalista Mario Missiroli secondo cui “una smentita è una notizia data due volte”.

Ecco, è bene sottolineare che tutto questo non significa che il cervello non sia in grado di capire le negazioni o le smentite, ma che in alcuni casi l’immagine concreta diventi controproducente, poiché finisce per alimentare nel destinatario del nostro messaggio lo scenario contrario a quello che volevamo evocare noi come comunicatori.

Pensiamoci bene: se fosse vero che il cervello non capisce le negazioni, non potremmo nemmeno capire questa stessa frase, poiché se dico che il cervello “non capisce” le negazioni, già per fare questa affermazione ne ho dovute usare due. Quindi, paradossalmente, sarebbe essa stessa una frase incomprensibile, e invece l’abbiamo capita tutti.

Il ruolo delle immagini mentali

Il cervello umano è molto attrezzato nel comprendere il significato delle negazioni, come vedremo tra poco. Il punto è che la negazione può risultare più affaticante rispetto ad altre modalità. Un esempio concreto ce lo insegna la psicologia quando parliamo di immagini mentali: le parole che creano immagini mentali, cioè le immagini che ci rappresentiamo nella nostra mente quando pensiamo a oggetti e a persone, vengono ricordate meglio dei concetti astratti.

Questo ce lo insegna in particolare la teoria psicologica della “doppia codifica” (Dual-Coding Theory) sviluppata già dagli anni ’70 da Allan Paivio, ed è per questo che se io dico “non pensare all’elefante”, l’elefante è una parola che si riferisce a un elemento concreto della realtà, a un animale, mentre il “non”, la negazione, è astratta, rappresenta un concetto.

Questo non vuol dire però che non siamo in grado di capire il significato di quella negazione, ma che il cervello, se deve scegliere tra il ricordare un concetto astratto e l’animale, concreto, “l’elefante”, è più probabile si ricordi di più dell’elefante.

Lo studio di Battelli-Papeo-Hochmann sulle negazioni (2016)

E a proposito di come il cervello elabora le negazioni, c’è uno studio italo-francese del 2016 svolto da Lorella Battelli, Liuba Papeo e Jean-Remy Hochmann, il quale conclude che: “Negation modifies the neural representation of the argument in its scope, as soon as semantic effects are observed in the brain”.

Tradotto: “La negazione modifica la rappresentazione neurale dell’argomento nella sua portata, non appena si osservano effetti semantici nel cervello”.

Pertanto, facendo una sintesi, il cervello comprende semanticamente la negazione, e reagisce con rapidità appena l’ha capita.

Per concludere

In conclusione, come dicevo già prima (e lo sappiamo grazie agli studi sulla teoria della doppia codifica), di fronte a una parola che evoca un’immagine, e a un concetto astratto, noi ricordiamo meglio le parole che evocano l’immagine: ne parlo da anni all’interno dei miei libri.

Il punto non è se il cervello capisca o meno le negazioni, ma quanto le negazioni siano efficaci nell’economia del nostro discorso. Per questo dico spesso: cercate di non evocare gli scenari che vorreste evitare di far venire in mente ai vostri ascoltatori, perché anche se li negate avete già costruito la relativa immagine mentale. E magari era proprio quello che non volevate fare, anche perché l’immagine mentale è quella che si ricorderà di più rispetto ai concetti astratti.

Tutto questo però, ed è il senso della puntata di oggi, non ci autorizza a creare leggende sulla capacità del cervello di capire o meno le negazioni: il cervello capisce le negazioni, le elabora, e le neuroscienze ci insegnano che ha tempi di risposta neurofisiologici molto rapidi per comportarsi di conseguenza.

Se non capissimo il “non”, non riusciremmo nemmeno a capire questa stessa frase che vi sto proponendo adesso, che di “non” ne contiene addirittura tre.

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Come parlare in pubblico: le metafore e il presente storico

Da anni vi racconto quanto è importante parlare in pubblico in modo chiaro, creando immagini con le parole e preferendo parole concrete, ad alto valore d’immagine, che si riferiscono a oggetti concreti della realtà.

Perché ve lo raccomando spesso? Perché più riusciamo a essere lineari nella nostra comunicazione, meno affaticheremo il nostro pubblico. E non si tratta solo dei livelli di scolarizzazione, e di quanto le persone hanno studiato e possono fare fatica a decodificare il nostro messaggio. Si tratta dello sforzo cognitivo e di attenzione che chiediamo a chi ci ascolta.

Usare le metafore nei discorsi in pubblico? Sì, ma con moderazione

Questo è anche il motivo per cui vi ho sempre raccomandato di fare attenzione alle metafore. Le metafore, benché siano anch’esse ad alto valore d’immagine, sono “un altro modo per dire le cose”: giusto alcuni giorni fa vi facevo l’esempio della frase “Fuori da questa sala piove, ma qui dentro splende il sole”, e vi facevo notare quanta attenzione e impegno cognitivo ci vogliono per capire il significato reale di questa frase, se non ci è chiaro il contesto.

Una volta d’accordo sul fatto che le metafore possono rendere talvolta meno immediata la nostra comunicazione, resta una domanda: ci può capitare di usare delle metafore difficili da decodificare, anche quando non ce ne rendiamo conto?

La risposta è sì, e una di queste situazioni si verifica quando in un discorso in pubblico utilizziamo il “presente storico”.

Che cos’è il presente storico?

Il presente storico è un tempo verbale che utilizziamo al presente all’interno di una frase, quando in realtà ci stiamo riferendo al passato. Facciamo un esempio concreto di una frase che potremmo dire usando il presente storico. Cominciamo dicendo:

Eravamo nel 1980. Lui arriva lì, e a un certo punto comincia a parlare alle persone. A questo punto arriva sua moglie e gli dice che deve tornare a casa perché c’è un’urgenza, poi lui torna a casa e quel punto telefona per scusarsi di essere andato via subito”.

Ora, potete facilmente notare come possa diventare difficile orientarsi tra il passato (il tempo reale in cui è ambientata la nostra narrazione), e il tempo che il relatore sceglie effettivamente di usare.

Immaginatevi per esempio se dicessimo una frase del genere durante una conferenza, e a un certo punto entrasse in sala  una persona che non ha assistito alla premessa: farebbe probabilmente fatica a ricollocare le parole nel contesto giusto.

Il presente storico è una metafora del passato

Ecco, se ci pensiamo bene, che cos’è il presente storico se non una metafora del tempo verbale reale in cui è ambientata la nostra narrazione? Noi stiamo parlando del passato, ma abbiamo scelto di usare il presente.

Cioè stiamo ancora una volta “metà – phorèin“, come si direbbe in greco antico, cioè stiamo “portando oltre” le nostre parole. Stiamo usando un altro modo per veicolare un racconto, che sarebbe molto più facile da capire se lo esprimessimo nel suo tempo verbale corretto.

Ecco, questo esempio del presente storico ci fa capire ancora una volta come la direzione del comunicatore dovrebbe essere quella della linearità della sua comunicazione, dei concetti e dei racconti che fa.

La metafora può essere bella, affascinante, alta, colta, elevata, ma dobbiamo ricordarci sempre che richiede uno sforzo in più per il nostro ascoltatore.

Usare dei tempi verbali diversi da quelli a cui ci riferiamo realmente, è un esempio di metafora, e credo sia importante farci attenzione quando prepariamo i nostri discorsi in pubblico.

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La paura di arrossire quando parliamo in pubblico

Perché diventiamo rossi in viso?

Perché quando parliamo in pubblico certe volte diventiamo rossi? Davvero chi ci guarda se ne accorge sempre? E anche se fosse: siamo certi che arrossire venga considerato un aspetto negativo?

Lo dice già la parola stessa: il Sistema Nervoso Autonomo (SNA), che coordina molti meccanismi involontari del nostro corpo, svolge le sue attività in autonomia rispetto alle nostre intenzioni.

Il meccanismo, semplificando molto, funziona così: nel corpo viene rilasciato l’ormone dell’adrenalina, che provoca l’accelerazione del battito cardiaco e la dilatazione dei vasi sanguigni – ricordiamo che il nostro viso ha moltissimi capillari – aumenta il flusso di sangue nel viso, e aumentando il flusso di sangue compare l’arrossamento (e talvolta può aumentare anche la sensazione di calore che proviamo in quell’area).

Se divento rosso, le persone si accorgeranno del mio imbarazzo?

Vorrei soffermarmi proprio su questo, e fare una riflessione di tipo psicologico: cioè sulla differenza tra ciò che percepiamo e ciò che percepiscono le persone che ci osservano.

Già diversi mesi fa avevo fatto un video sul cosiddetto effetto spotlight. In psicologia sociale si parla di effetto spotlight quando siamo di fronte alla nostra tendenza a sopravvalutare l’attenzione che danno gli altri a nostri particolari comportamenti o caratteristiche, ed è una tendenza che è stata dimostrata attraverso diversi studi.

Sullo stesso solco si pone un altro studio, che è quello sull’illusione di trasparenza, a cui ho dedicato un secondo video. Si tratta della tendenza a considerare trasparenti agli altri le nostre emozioni. Talvolta tendiamo a sopravvalutare la capacità degli altri di capire le nostre emozioni, semplicemente guardandoci.

La sintesi direi che è interessante anche sul tema del rossore in viso: il fatto che io sia consapevole che talvolta arrossisco in pubblico, e il fatto che avverta una sensazione di calore, non significa necessariamente che gli altri lo stiano avvertendo, né che ne scaturisca per forza un giudizio negativo, o comunque un giudizio.

Esiste uno studio olandese di alcuni anni fa che dimostra come le persone in alcuni contesti provino più simpatia e fiducia per chi arrossisce, rispetto a chi non lo fa. Pertanto direi che la reazione del pubblico a questo fenomeno non è per niente scontata, e non possiamo prevederla a priori.

Il fatto di arrossire può compromettere, da solo, una presentazione in pubblico?

Ricordiamoci sempre che un discorso in pubblico è fatto dall’insieme delle circostanze che si verificano, quindi non soltanto dal cosiddetto linguaggio non verbale, ma anche da quello che stiamo dicendo, dalle parole che stiamo usando, da come moduliamo la voce e da come ci relazioniamo con il pubblico. Non è affatto scontato che quell’unico aspetto su cui certe volte concentriamo l’attenzione (in questo caso il fatto di diventare rossi) diventi per forza un indicatore significativo per il nostro pubblico.

Un approccio mindful su questo tema

C’è poi un altro aspetto su cui vorrei portare la vostra attenzione, ed è un tema di cui ho parlato molto anche nel mio libro del 2019 “Parlare in pubblico con la mindfulness. Gestire meglio lo stress da palco con la meditazione e le risorse del linguaggio”, che è disponibile su Amazon.

Il tema riguarda proprio le situazioni in cui ci opponiamo alle sensazioni che proviamo, cioè quando vorremmo modificare qualcosa che avviene spontaneamente nel nostro corpo, semplicemente con la nostra forza di volontà. Ora, quando affrontiamo delle situazioni di stress (ma più in generale quando parliamo di mindfulness, di consapevolezza), cerchiamo di riconoscere in questo tre elementi importanti, che sono i pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche.

Possiamo renderci conto facilmente che non è semplicemente dicendo a noi stessi “non provare questa emozione”, “non provare questa sensazione”, “non pensare a questa cosa”, che automaticamente risolviamo la questione.

Anzi, per assurdo, forzarci a non provare qualcosa può generare in noi una riduzione del nostro senso di autoefficacia percepito, poiché ci accorgiamo che anche se vogliamo scacciare quel particolare pensiero che non ci piace, o quella sensazione fisica, questa cosa non avviene secondo la nostra volontà. Ed è a quel punto che rischiamo di accentuare un po’ di più lo stress che proviamo.

Tre aspetti su cui riflettere

Nel video di oggi vi voglio lasciare tre messaggi:

1. Arrossire è un processo indipendente dalla nostra volontà, attivato dal Sistema Nervoso Autonomo.

2. In quanto processo autonomo, il rossore non può essere scacciato intenzionalmente, ma possiamo imparare a relazionarci meglio con questa esperienza.

3. Non è affatto detto che il pubblico si accorga del nostro rossore, e non è detto che – anche accorgendosene – si faccia un’opinione negativa di noi e del nostro discorso.

Imparare a riconoscere questi processi penso sia la base di un percorso di consapevolezza che riguarda i temi del Public Speaking a livello professionale, e credo ci possa dare una mano ad affrontare le nostre presentazioni con un po’ più di serenità.

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