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Non chiamatemi “esperto”


Di tutte le definizioni che mi danno, quella di “esperto” è quella che amo di meno.

Perché pensiamoci bene: chiunque può definirsi esperto in un determinato settore. E questo a prescindere dalla propria formazione e dal proprio percorso professionale.
 Se ci facciamo caso, sui social siamo circondati da “esperti”. Quante volte leggiamo biografie che contengono la formula “esperto in” qualcosa?

Già, ma chi attribuisce queste “patenti” ai professionisti, in modo uniforme e univoco per tutti?

Su questo tema, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, già nel 2007 segnalava che a noi iscritti “non è consentito utilizzare il termine “esperto”, in quanto fuorviante per la trasparenza del messaggio”.

E credo sia sacrosanto: le nostre competenze vanno documentate con gli studi, le qualifiche e le esperienze professionali, che rappresentano parametri misurabili.

Sarà l’utenza a stabilire se mi ritiene esperto o meno in quella materia. Ma non posso essere io a scriverlo, perché non è documentabile in modo univoco e uniforme.

Questo è il motivo per cui mi schermisco quando nelle interviste mi definiscono così.

Di solito sorrido, ringrazio, e ripeto a me stesso: “Esperti saranno gli altri. Io faccio semplicemente il mio lavoro”.

© Patrick Facciolo – Tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione.

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L’emozione può farci dimenticare l’inno nazionale?


Si possono dimenticare le parole dell’inno nazionale per l’emozione? La scienza ci dice di sì.

Potrebbe essere accaduto l’altra sera al cantante Sergio Sylvestre, durante la sua esibizione prima della finale di Coppa Italia, in diretta su Rai Uno.

Se gliele chiedessimo adesso le parole dell’inno, probabilmente le ricorderebbe: possiamo ricordarci le parole di un testo fino a prima di una performance, ma potremmo non riuscire a ricordarle nel momento in cui ci servono.

In momenti di forte stress vengono rilasciate nel cervello importanti quantità di cortisolo, un ormone il cui eccesso condiziona significativamente la capacità dell’ippocampo di richiamare i ricordi (“Glucocorticoids Decrease Hippocampal and Prefrontal Activation during Declarative Memory Retrieval in Young Men”, 2005).

Questo il motivo per cui a diverse persone capita di prepararsi a memoria un discorso da fare in pubblico, per poi non riuscire a ricordarlo durante la presentazione.

È anche il motivo per cui in situazioni emotivamente attivanti molti cantanti ricorrono ai “prompter”, dispositivi che proiettano il testo della canzone su un grande schermo, in modo da poterlo leggere mentre eseguono il brano.
Non perché non lo sappiano a memoria, ma perché lo stress, quando ci si mette, può fare brutti scherzi.

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Non è vero che il cervello non capisce le negazioni

Non è vero che il cervello non capisce le negazioni: voglio cominciare proprio con due “non”, con due negazioni, perché è importante chiarire questo tema di cui si parla molto spesso in comunicazione.

Credo sia importante che me ne occupi, e che vi racconti le conclusioni raggiunte dalle ricerche sperimentali e dalla psicologia in questi anni. E le ricerche sperimentali e la psicologia credo debbano essere i nostri fari quando vogliamo parlare con cognizione di causa di questi argomenti. Continua a leggere →

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L’importanza di comunicare perché nessuno si senta escluso

Ieri sono intervenuto in una lezione del Prof. Alessio Beltrami di Teoria e tecnica dei nuovi media all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Ho parlato di comunicazione, di media tradizionali e nuovi media, e ovviamente di Public Speaking.

Ho mostrato agli studenti alcune statistiche sul tasso di alfabetizzazione in Italia (riferite ai titoli di studio e alle competenze informatiche), e sono tornato ad affrontare il tema della comunicazione nella sua accezione più ampia, quella di “mettere in comune”.

Tornando a ribadire, come faccio da anni sui miei libri e nelle mie attività divulgative, l’importanza di glossare, di tradurre i concetti – specialmente quelli che riguardano il mondo di internet.

Tutto questo allo scopo di coinvolgere tutto il pubblico all’ascolto, facendo in modo che nessuno si senta escluso dalla nostra comunicazione.

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“Scendi il cane”: perché do ragione all’Accademia della Crusca

In questi giorni si discute molto della parziale apertura da parte dell’Accademia della Crusca sull’utilizzo di formule come “siedi il bambino” o “esci il cane”, cioè dell’uso transitivo di verbi che fino a poco tempo fa non erano considerati tali.

Personalmente, penso che siamo noi gli attori del linguaggio: noi stessi, attraverso il nostro uso, modifichiamo giorno dopo giorno le abitudini consolidate con cui ci esprimiamo. Questo non significa dimostrare noncuranza o ignorare le regole della grammatica. Significa accettare l’idea che l’italiano, lentamente, cambia, anche sulla base dell’uso.

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