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Ma quanto gesticoliamo? Il breviario del New York Times sulle abitudini degli Italiani riapre il dibattito

Ma quanto gesticoliamo? Il breviario del New York Times sulle abitudini degli Italiani riapre il dibattito

Gli italiani sono un popolo che gesticola: lo sostiene il New York Times che ha passato in rassegna i gesti più comuni che utilizziamo per accompagnare i nostri discorsi.

Ci siamo occupati più di una volta degli aspetti non verbali della comunicazione. Da un lato ne abbiamo sottolineato l’importanza, dall’altro abbiamo chiarito come molte volte il loro ruolo sia stato decisamente sopravvalutato rispetto alla reale incidenza nell’economia della nostra efficacia comunicativa (è il caso, ad esempio, delle teorie di Albert Mehrabian e dell’interpretazione errata che molti ne hanno dato).

Oggi parliamo di un articolo, apparso ieri sul sito dell’autorevole quotidiano americano New York Times, che passa in rassegna quella che sembra sia una caratteristica degli italiani: il continuo gesticolare mentre si parla.

I gesti degli italiani in un’infografica animata

Il pezzo del NYT, fin dal titolo – “When Italians Chat, Hands and Fingers Do the Talking”, ovvero “Quando gli italiani chiacchierano sono le mani e le dita a fare la conversazione” – sottolinea come gli italiani siano un popolo che, quando si trova a condurre un discorso, utilizza molto la gestualità per accompagnare le parole.

Il sito web del quotidiano americano propone addirittura un grafico animato per spiegare i gesti più comuni fra gli italiani. Una carrellata di movimenti innegabilmente pieni di significato, nei quali non è difficile ritrovare alcune delle abitudini di tutti noi: dalle quattro dita contro il pollice per significare “ma cosa stai dicendo”, al dorso della mano passato sotto il mento per dire inequivocabilmente che “non me ne importa niente”.

Quali sono gli italiani famosi all’estero per i loro gesti?

Buona parte della “fama” che gli italiani hanno guadagnato all’estero in fatto di gestualità è senz’altro dovuta a gesti compiuti da personaggi famosi, e in particolare da rappresentanti della nostra classe politica. Nell’articolo del NYT, in effetti, vengono passati in rassegna alcuni gesti di personaggi pubblici che – nel bene e nel male – sono passati alla storia.

Dal dito medio mostrato da Umberto Bossi durante l’esecuzione dell’inno di Mameli, al gesto di apprezzamento rivolto dall’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Michelle Obama in occasione del G20 di Pittsburgh del 2009, fino all’abitudine di Giulio Andreotti di tenere le mani giunte davanti a sé, una sorta di gesto deterrente quasi a indicare – sostiene Rachel Donadio, corrispondente da Roma e autrice del pezzo – “l’enorme potere che avrebbe potuto esercitare se avesse deciso di farlo”.

Perché gesticoliamo così tanto?

Sono oltre 250 i gesti che gli italiani usano abitualmente durante le loro conversazioni: è questo il risultato di una ricerca condotta da Isabella Poggi, docente di Psicologia all’Università Roma Tre, che nell’intervista rilasciata al quotidiano statunitense sottolinea: “Ci sono gesti che esprimono una minaccia, un desiderio o ancora disperazione, vergogna o orgoglio. L’unica cosa che li differenzia dal linguaggio dei segni è che sono utilizzati singolarmente e mancano di una sintassi completa”.

La studiosa sottolinea poi alcune teorie che potrebbero spiegare l’origine di questo modo di fare, dalla tesi secondo cui il vocabolario di gesti italiano si sarebbe sviluppato come forma alternativa di comunicazione durante i secoli di dominazione straniera, fino alla teoria di Adam Kendon, direttore della rivista Gesture, secondo cui in città densamente popolate come ad esempio Napoli, gesticolare sarebbe un modo di richiamare l’attenzione e marcare il proprio territorio “in un’arena affollata”.

Filosofi, gesti e linguaggio

L’articolo del New York Times scomoda anche due protagonisti della storia della filosofia come Giambattista Vico e Ludwig Wittgenstein. Vico, nella sua opera fondamentale La scienza nuova, sosteneva infatti che la comunicazione gestuale era la forma primigenia di linguaggio fra gli esseri umani, e che solo successivamente si sarebbe sviluppata da essa la comunicazione verbale. Di Wittgenstein, invece, viene citato un aneddoto piuttosto curioso, confermato però da diverse fonti.

Il filosofo austriaco sosteneva nella prima fase del suo pensiero che vi fosse completa corrispondenza fra linguaggio e realtà: la teoria denotativa del linguaggio illustrata nel Tractatus Logicus-Philosophicus si basava infatti sull’assunto per cui il linguaggio raffigura gli stati di cose che caratterizzano il mondo, e questo perché mondo e linguaggio hanno la stessa forma logica.

Ben presto, tuttavia, Wittgenstein si trovò costretto a modificare la sua posizione iniziale: nelle Ricerche filosofiche, il filosofo arriva a sostenere che il significato delle parole non risiede soltanto nelle cose che rappresentano, ma piuttosto è fondamentale il contesto di riferimento nel quale la parola è pronunciata.

Ma come sarebbe giunto Wittgenstein a mettere in discussione il suo pensiero originario? Pare che tutto sia nato da una conversazione con l’economista italiano Piero Sraffa, che avrebbe chiesto al filosofo austriaco di spiegare tramite la teoria denotativa del linguaggio il gesto di passare il dorso della mano sotto il mento.

Da questo scambio, Wittgenstein avrebbe sviluppato la teoria dei giochi linguistici (Sprachspiele), secondo cui vi sono stati del mondo che non hanno una corrispondenza nel linguaggio razionale e il cui il significato si può comprendere solo in riferimento al contesto. I significati delle parole dipendono dunque da presupposti pratici, ossia dall’uso effettivo che delle parole stesse viene fatto, e non teoretici.

La reazione della rete all’articolo del NYT

L’articolo di Rachel Donadio ha rapidamente scatenato i commenti della rete, sui social network e non solo, visto che i principali quotidiani nostrani hanno ripreso il pezzo e la gif animata che lo accompagna. Commenti per lo più ironici e divertiti che, benché magari un po’ piccati dalla tipica tendenza americana a dipingerci per stereotipi, non possono che giungere infine ad ammettere che la visione del New York Times non è poi così distante dalla realtà.

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