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Dott. Patrick Facciolo

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Mi occupo di formazione e coaching sui temi del Public Speaking e della comunicazione efficace. Mi piace fare questo lavoro perché per me è importante che le persone si sentano ascoltate. Cerco di restituire un po’ della mia capacità di comunicare, qualcosa che ho ricercato per me negli anni, e che oggi diventa una possibilità da condividere con gli altri. Dottore in tecniche psicologiche e giornalista, svolgo attività di divulgazione su questi temi attraverso il mio sito, Parlarealmicrofono.it, e realizzo corsi di comunicazione per aziende e professionisti in tutta Italia e in modalità online. Ho pubblicato sei libri, i più importanti dei quali sono "Crea immagini con le parole" (2013) e "Parlare in pubblico con la mindfulness" (2019), disponibili su Amazon.

Il discorso di Joe Biden alla convention democratica: analisi del linguaggio verbale e non verbale

Poche ore fa si è concluso il discorso del candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti d’America Joe Biden, durante la convention del partito democratico a Milwaukee.

Il linguaggio verbale: le parole che ha usato Biden

Cominciamo dall’analisi del linguaggio verbale, dalle parole che ha usato: quello di Joe Biden è stato un discorso che potremmo definire come “sulle montagne russe”, un continuo alternarsi di immagini negative e poi positive.

Ha alternato le parole “darkness” (oscurità), la formula “no miracle is coming” (non sta arrivando nessun miracolo),“I’m not looking to punish anyone” (non sto cercando di punire nessuno), a delle immagini positive “decency” (decenza), “compassion” (compassione), “I’ll protect America” (proteggerò l’america), “find the light once more” (trovare ancora una volta la luce). Continua a leggere →

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Perché Mario Draghi piace alle persone: il meccanismo psicologico dell’idealizzazione

Perché Mario Draghi, ex governatore della BCE, la Banca Centrale Europea, piace tanto alle persone? Semplice: perché non lo conosciamo, né sappiamo cosa pensa di molti temi. E non si tratta di curriculum o di ciò che ha fatto nella sua carriera, ma del fatto che parla troppo poco perché possa non piacerci.

Se un personaggio pubblico parla poco, non rilascia (o quasi) interviste, e allo stesso tempo usa modalità che per noi sono rassicuranti, aumenta, anche non volendolo, le sue probabilità di consenso.

E questo per un meccanismo che in psicologia va sotto il nome di “idealizzazione”: in assenza di indicatori sufficienti, e in presenza di una nostra buona disposizione di fondo, proiettiamo sull’altro ciò che vorremmo rappresentasse per noi.

Talvolta ci succede la stessa cosa in amore, quando conosciamo ancora poco un partner, e non ci innamoriamo di ciò che il partner “è”, ma di come lo sogniamo, di come lo immaginiamo essere.

In politica può accadere la stessa cosa: ci piace un personaggio perché di base ci risuonano certe sue caratteristiche, ma sappiamo poco di lui. È a quel punto che ci proiettiamo molto di noi.

Ed è anche per questo che i politici spesso ci piacciono molto appena vanno al governo (“sembra proprio una brava persona”), per poi non piacerci più già pochi mesi dopo (“quello lì mi ha proprio deluso”).

Si tratta di un tema molto vasto, ma questo accenno credo possa aiutarci a diventare più consapevoli di come funziona, talvolta, la dinamica del consenso.

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Il discorso di Michelle Obama alla convention dei democratici

Si è conclusa da poche ore la prima serata della convention democratica per l’investitura ufficiale di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti d’America. È la prima volta nella storia che questo evento non si svolge in presenza di pubblico, per via delle limitazioni legate alla pandemia di coronavirus.

Come funziona la convention virtuale dei democratici?

Cominciamo da questo: come risolvere il problema del pubblico assente, e realizzare comunque una convention efficace? Facendo apparire all’interno tante, tante persone: attivisti, militanti, personaggi di rilievo, politici e persone comuni. Più persone vedo sullo schermo, meno mi sento solo, più persone vedo, più percepisco che sono davanti a un evento collettivo e sento di farne parte. Continua a leggere →

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Come comunica Kamala Harris, la candidata vicepresidente di Joe Biden

Kamala Harris, 55 anni, avvocata, è stata scelta dal candidato democratico Joe Biden come sua vice, in vista delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del prossimo novembre.

Nei suoi discorsi in pubblico la Harris fa un ottimo uso del linguaggio paraverbale (voce) e delle pause: usa spesso un tono grave e presente, raramente alza la voce, più spesso sorride.

Si prende gli spazi che possono servire per riprendere fiato e trovare le parole, senza pregiudicare il ritmo del discorso. Lasciando spazio e tempo al pubblico per apprezzare il discorso nelle sue sfumature.

Ma soprattutto mi colpisce come usa lo sguardo: con gli occhi, la Harris non dimentica nessuno. E questo, per un politico, può essere una metafora del proprio messaggio. Un po’ come dire: “Nessuno è escluso dalle mie parole”.

Si volta verso destra e verso sinistra, cerca di guardare tutti, ovunque si trovino attorno a lei.

Kamala Harris quando parla in pubblico mi appare “dentro” lo speech, dentro il discorso: non lo legge, ma “sta” nella relazione con chi la ascolta. Spesso parla in mezzo al pubblico, si fa circondare da esso.

Ottime premesse, in vista dei confronti televisivi autunnali di cui sarà protagonista.

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La comunicazione di Michelle Obama: linguaggio statico e di processo

 “Ho a che fare con una lieve forma di depressione”: queste le parole che Michelle Obama ha usato poche ore fa nel suo podcast, disponibile su Spotify.

Non ha detto “I’m depressed” (“sono depressa”) ma “I’m dealing with some form of low-grade depression”, ovvero: “ho a che fare con” una lieve forma di depressione, appunto.

Sembra una sfumatura, ma fa molta differenza: se Michelle Obama avesse detto “sono depressa”, il suo linguaggio avrebbe suggerito immediatamente un’identificazione con quell’esperienza.

Dicendo invece “ho a che fare con” la depressione, ha dato una descrizione specifica di quello che le sta accadendo, non di quello che lei “è”.

La psicologia ci insegna la distinzione tra il linguaggio statico (che fa ampio uso del verbo essere), e il linguaggio di processo (che descrive ciò che ci accade in maniera fluida, più dinamica).

L’esempio di Michelle Obama sensibilizza il pubblico su un tema molto delicato: sì, anche lei ha a che fare con la depressione, e sì, per descriverlo non serve usare per forza il verbo essere.

Insegna così alle persone che esistono modi diversi per descrivere i propri stati interni, senza necessariamente dover “diventare” quello che proviamo.

Una grande lezione di comunicazione, che passa attraverso una piccola sfumatura di linguaggio.

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