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Come comunicano i politici. Uso della voce, metafore, negazioni e linguaggio del corpo

Questa mattina sono stato intervistato su Instagram da Jacopo Scipione del Centro Studi Internazionali (CSI) per parlare di comunicazione politica.

Abbiamo discusso del ruolo dei social network nella politica contemporanea, della campagna elettorale americana tra Joe Biden e di Donald Trump, così come della comunicazione politica italiana, da Mario Draghi a Giuseppe Conte (chi comunica meglio tra i due?), passando per Matteo Renzi, Romano Prodi e Silvio Berlusconi.

Metafore, linguaggio del corpo, negazioni uso della voce, registri linguistici sono solo alcuni dei temi di cui ho parlato all’interno di questa lunga intervista. 

Indice della puntata:

0:00 Chi è Patrick Facciolo

0:39 Che ruolo hanno i social nella comunicazione politica

2:57 Quanto è importante citare il pubblico

5:47 Chi comunica meglio tra Joe Biden e Donald Trump

11:47 Quanto conta il silenzio stampa per un politico

15:40 Il linguaggio di Giuseppe Conte, l’uso delle negazioni e la retorica di Cicerone

23:46 Il problema delle metafore in politica: Conte, Bersani, Prodi e Renzi

32:24 Come comunica Mario Draghi

36:41 Chi comunica meglio tra Draghi e Conte

41:28 Il discorso della “discesa in campo” e la comunicazione di Berlusconi

42:46 Le conferenze stampa di Mario Draghi

45:00 I loghi di partito italiani

50:45 Il problema del “restyling” del nome dei partiti

53:42 L’insegnamento di Steve Jobs

54:43 Comunicazione, populismo e leadership

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Dibattito Conte-Renzi in Senato: chi ha comunicato meglio?

Da pochi minuti si è concluso il dibattito in senato sulla fiducia al Governo Conte Bis, con il confronto-scontro tra Giuseppe Conte e Matteo Renzi.

Conte e Renzi hanno svolto i loro discorsi confermando le loro differenze di stile e di linguaggio: da una parte Conte con un lessico alto e frasi con numerose subordinate, dall’altra Renzi con l’uso di più tecniche di comunicazione, dalla cosiddetta “regola del tre” all’utilizzo della figura retorica dell’anafora.

In questo video analizzo la comunicazione verbale e non verbale di entrambi, esprimendo un mio voto conclusivo sulla performance di entrambi.

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Parlare in pubblico, come se stessimo parlando agli alieni

Quando parliamo in pubblico dobbiamo pensare di parlare agli alieni.

No, non sono pazzo: se pensiamo di dover parlare a degli alieni, siamo costretti a farci capire.

Nel 1972 sulla sonda spaziale Pioneer 10 venne installata una placca (vedi immagine), nell’eventualità che prima o poi venisse intercettata dagli extraterrestri.

Vennero incise le sagome di un uomo e una donna, una mappa stellare, e la traiettoria della stessa sonda nel Sistema Solare, rappresentata con una freccia (che ho evidenziato in rosso nell’immagine).

Ebbene: come può una civiltà aliena capire il significato di una freccia, che è un manufatto dell’antichità di cui solo noi conosciamo il valore metaforico-simbolico?

Che possibilità c’è che degli ipotetici alieni possano cogliere che la punta rappresenta il suo senso di marcia, soltanto guardando un’immagine?

Nessuna, ovviamente.

Nonostante un grande lavoro, e tante persone impegnate nel proposito di “pensare come un alieno”, siamo insomma ricaduti in un sottinteso.

Di conseguenza: quando facciamo un discorso in pubblico, pensare di parlare agli alieni non ci salverà dai sottintesi.

Tuttavia ci farà fare uno sforzo nella direzione giusta: pensare che dall’altra parte nulla è per forza scontato, e che tutto va spiegato. Anche il significato di una freccia.

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Il discorso di Joe Biden alla convention democratica: analisi del linguaggio verbale e non verbale

Poche ore fa si è concluso il discorso del candidato democratico alla Presidenza degli Stati Uniti d’America Joe Biden, durante la convention del partito democratico a Milwaukee.

Il linguaggio verbale: le parole che ha usato Biden

Cominciamo dall’analisi del linguaggio verbale, dalle parole che ha usato: quello di Joe Biden è stato un discorso che potremmo definire come “sulle montagne russe”, un continuo alternarsi di immagini negative e poi positive.

Ha alternato le parole “darkness” (oscurità), la formula “no miracle is coming” (non sta arrivando nessun miracolo),“I’m not looking to punish anyone” (non sto cercando di punire nessuno), a delle immagini positive “decency” (decenza), “compassion” (compassione), “I’ll protect America” (proteggerò l’america), “find the light once more” (trovare ancora una volta la luce). Continua a leggere →

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La comunicazione di Michelle Obama: linguaggio statico e di processo

 “Ho a che fare con una lieve forma di depressione”: queste le parole che Michelle Obama ha usato poche ore fa nel suo podcast, disponibile su Spotify.

Non ha detto “I’m depressed” (“sono depressa”) ma “I’m dealing with some form of low-grade depression”, ovvero: “ho a che fare con” una lieve forma di depressione, appunto.

Sembra una sfumatura, ma fa molta differenza: se Michelle Obama avesse detto “sono depressa”, il suo linguaggio avrebbe suggerito immediatamente un’identificazione con quell’esperienza.

Dicendo invece “ho a che fare con” la depressione, ha dato una descrizione specifica di quello che le sta accadendo, non di quello che lei “è”.

La psicologia ci insegna la distinzione tra il linguaggio statico (che fa ampio uso del verbo essere), e il linguaggio di processo (che descrive ciò che ci accade in maniera fluida, più dinamica).

L’esempio di Michelle Obama sensibilizza il pubblico su un tema molto delicato: sì, anche lei ha a che fare con la depressione, e sì, per descriverlo non serve usare per forza il verbo essere.

Insegna così alle persone che esistono modi diversi per descrivere i propri stati interni, senza necessariamente dover “diventare” quello che proviamo.

Una grande lezione di comunicazione, che passa attraverso una piccola sfumatura di linguaggio.

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