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Le dichiarazioni di Lavrov sull’eccidio di Bucha: analisi della comunicazione

Il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov poche ore fa ha dichiarato in conferenza stampa che il massacro di Bucha, in Ucraina, sarebbe “una messinscena”.

Perché proprio quella parola, “messinscena”, anziché una smentita?

Ne parlo in questo video, analizzando il suo linguaggio e le tecniche di comunicazione che ha utilizzato.

 

La conferenza stampa di Lavrov e tre modalità comunicative possibili

Analizziamo un passaggio dalle dichiarazioni rilasciate da Lavrov in conferenza stampa:

“L’altro giorno un altro attacco è stato lanciato nella città di Bucha, nella regione di Kiev. Dopo che il personale militare russo è partito da lì, secondo i piani e gli accordi raggiunti, pochi giorni dopo lì è stata fabbricata una messa in scena”.

In questa situazione Lavrov aveva tre possibili modalità comunicative diverse:

1. negare la responsabilità dei russi di quanto accaduto a Bucha;

2. smentire le accuse mosse nei confronti della Russia;

3. affermare che si sia trattato di una messinscena.

Qual è la differenza tra questi tre scenari? Con la prima opzione, utilizzando la modalità del “non siamo stati noi”, Lavrov avrebbe di fatto riaffermato il concetto, applicandogli la categoria della negazione. Anche nel secondo caso, qualora avesse rilasciato una dichiarazione per smentire le accuse, avrebbe ribadito il fatto che il mondo stesse accusando la Russia.

A questo proposito vi ripropongo un video di qualche anno fa, nel quale mi sono occupato proprio del ruolo e degli effetti possibili delle negazioni in comunicazione:

 

L’utilizzo della parola “messinscena” e la ridefinizione della realtà

Nel caso della terza modalità, quella scelta da Lavrov per veicolare il suo messaggio, possiamo notare che le cose, dal punto di vista delle tecniche di comunicazione, cambiano notevolmente.

Infatti, decidendo di utilizzare la parola “messinscena”, Lavrov passa da una comunicazione passiva, in cui subisce le parole dell’interlocutore ed è costretto a negare le accuse, a una modalità di costruzione attiva dell’immagine mentale. In questo modo ridefinisce la realtà attraverso delle parole ad alto valore d’immagine, e ricostruisce narrativamente la vicenda secondo una sequenza.

Si tratta di una tecnica di storytelling che non solo gli evita di ricorrere alla smentita come modalità comunicativa, ma che gli permette anche di attivare un’immagine mentale che finisce per capovolgere la situazione dal punto di vista comunicativo, accusando gli interlocutori, e facendoli apparire come i veri colpevoli.

 

© Patrick Facciolo – Riservato ogni diritto e utilizzo. Vietata la riproduzione anche parziale.

 

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Dott. Patrick Facciolo

Insegno Public Speaking perché per me è importante che le persone si sentano ascoltate. Realizzo corsi individuali, aziendali e di gruppo, in presenza in tutta Italia e online attraverso Zoom. Diplomato al liceo classico, laureato in Scienze e tecniche psicologiche, in Filosofia e in Scienze politiche, master universitario di primo livello in Counseling relazionale nei contesti scolastici, educativi e socio-sanitari, sono iscritto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia in qualità di Dottore in tecniche psicologiche per i contesti sociali, organizzativi e del lavoro. Da oltre quattordici anni sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti. In questi anni ho pubblicato 7 libri, i più importanti dei quali sono “Crea immagini con le parole” (2013) e “Parlare in pubblico con la mindfulness” (2019), disponibili su Amazon.



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