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Definire l’avversario: la retorica di Donald Trump durante il discorso alla convention repubblicana

Donald Trump nel suo recente discorso ha rispolverato un classico della retorica conservatrice: definire l’avversario con aggettivi in cui l’avversario non si riconosce.

Lo ha fatto in chiusura della convention repubblicana che lo ricandida alla presidenza: “Queste sono le elezioni più importanti della storia del nostro Paese […] La scelta è fra due opposte visioni del mondo”. E quella per il partito democratico, secondo Trump, è una scelta verso il “socialismo”.

Da una parte Trump fa ampio uso delle tecniche di storytelling (decido io il contesto, chi sono i protagonisti della storia, gli attori in campo, i nemici, la sceneggiatura, il finale), dall’altra crea immagini funzionali alla sua narrativa (se ti do del “socialista”, ma tu non lo sei, potrai smentirlo quanto vuoi, ma nel frattempo io avrò evocato proprio quell’immagine nell’elettorato).

Una modalità, peraltro, simile a quella utilizzata in passato da Silvio Berlusconi in Italia, noto per la formula “siete ancora oggi, come sempre, dei poveri comunisti”, rivolta a oppositori che avrebbero potuto non riconoscersi in quella definizione.

Si tratta di una modalità che finisce, inevitabilmente, per alimentare l’immagine mentale sottostante. E ogni volta che succede, per gli oppositori, diventa un bel problema venirne fuori.

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