Come preparare un discorso efficace: il rasoio di Ockham e le parole-cadaveri

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Oggi torniamo a parlare di Public Speaking, e in particolare di come costruire un discorso efficace. Abbiamo già parlato dell’importanza degli aspetti paraverbali e non verbali della comunicazione e di alcuni consigli per elaborare uno speech di interesse per l’uditorio. Oggi invece applichiamo a questo tema un principio elaborato da un filosofo medievale, Guglielmo di Ockham.

Guglielmo di Ockham

Nato nel 1288 ad Ockham, un piccolo paese a sud di Londra, Guglielmo entrò ben presto a far parte dell’ordine francescano, frequentando poi l’Università di Oxford, dove successivamente diverrà anche docente. Seguace della concezione volontaristica di Duns Scoto e in opposizione all’intellettualismo di Tommaso d’Aquino, Guglielmo elabora come conseguenza della sua posizione filosofica il principio metodologico cosiddetto del “rasoio”, che precorre l’invenzione vera e propria del metodo scientifico e secondo il quale è inutile formulare più teorie di quelle strettamente necessarie a spiegare un dato fenomeno.

Il “rasoio”

La formulazione più diffusa del cosiddetto “rasoio di Ockham” è quella per cui “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”, ossia “è inutile moltiplicare gli enti se non sono necessari”. Il metodo proposto dal filosofo suggerisce quindi di scegliere la via più semplice per procedere alle dimostrazioni, optando, qualora ci fossero più spiegazioni possibili di uno stesso fenomeno, per quella più semplice.

Il “rasoio” e il discorso efficace

Il principio del rasoio di Ockham è applicabile non soltanto al campo scientifico, ma anche a molteplici altri ambiti. Nel caso del public speaking, possiamo ragionevolmente sostenere che un discorso sarà tanto più efficace quando maggiore sarà la sua capacità di spiegare concetti complessi in maniera semplice. Ecco il rasoio: dovendo spiegare un certo concetto, sarà sempre da preferire la spiegazione più semplice e sintetica, capace di giungere rapidamente al cuore del problema, evitando inutili e superflui orpelli linguistici.

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Natalia Ginzburg e la perduta chiarezza del linguaggio

A questo proposito non è fuori luogo citare un articolo scritto da Natalia Ginzburg su La Stampa il 27 ottobre 1981, nel quale si legge: «Nel tempo nostro, la chiarezza nello scrivere è diventato un bene quanto mai raro […]. Il fine di chi scrive, sui giornali e dovunque altrove, non è più quello di comunicare al prossimo un proprio sentimento o pensiero, o ciò che ha visto, intuito o appreso, o ciò che ha inventato, o una sua visione del mondo […]. Il fine di chi scrive è in primo luogo avvilupparsi di nebbia, e produrre nebbia». Questo modo di scrivere, implica che «chi legge, non riuscendo a veder nulla, teme, se dichiara di non veder nulla, d’essere preso per un cieco o per un imbecille; quindi, alla nebbia, annuisce con venerazione».

Le “parole-cadaveri

Capita in effetti non di rado, magari quando si ascolta qualcuno parlare in pubblico, che il discorso sia inutilmente oscuro, nascondendo dietro a un linguaggio bizantino, una fondamentale incapacità di esprimere con chiarezza un concetto e dunque anche un’incomprensione del fondamentale principio per cui il linguaggio va adattato all’interlocutore. Si tratta di quelle che Wittgenstein chiamava “parole-cadaveri”, ossia parole vuote, autoreferenziali e senza un significato concreto. E in effetti, prosegue la Ginzburg, «la chiarezza reale è la chiarezza del linguaggio quando non è morto, ma è vivo. Quello che ti fa gelare, nei manoscritti pieni di nebbia, è il senso che non sono stati scritti per nessuno. Il prossimo, al di là di quella nebbia, non esiste come essere vivente; esiste, al suo posto, un’entità astratta, di cui si vuole ottenere l’assenso; il fine di chi scrive – conclude Ginzburg – non è di raggiungere il pensiero di un altro essere, di un suo simile; il fine è dare della nebbia, e ottenere, con la nebbia, rispetto e venerazione».

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